In un attimo facciamo i conti con il senso di precarietà, dell'essere in balia degli eventi. Io prendo in braccio la bimba, esco di casa più veloce che posso e chi trovo? Nessuno!
Questa cosa mi turba! Ma sono io l'esagerato? Eppure mi sembrava di essere in autoscontro da tanto il letto sbatteva addosso alla parete!
Questa cosa mi turba! Ma sono io l'esagerato? Eppure mi sembrava di essere in autoscontro da tanto il letto sbatteva addosso alla parete!
Poco dopo una vicina di casa esce: siamo in 2 su 14. Twitter mi conferma la portata della cosa. Alle 5 un'importante scossa di assestamento mi fa rivivere la scena, stavolta non esce neanche la vicina. Per fortuna mia figlia vive tutto questo dormendo.
Il giorno dopo, camminando in montagna, ho riflettuto molto su quanto è accaduto. Successivamente ho raccolto tante testimonianze che mi confermavano il ripetersi delle stesse dinamiche. Addirittura persone che guardavano fuori dalla finestra mentre la scossa agitava i nostri lampadari.
Come se la cosa riguardasse qualcun altro. Tanto non stava capitando a loro.
Già da tempo penso che certi generi di fiction ci abbiano dato 'familiarità' con la morte. Pazienza fosse per apprezzare ancor più la vita, temo - al contrario - che ne abbiano tolto rispetto.
In questo caso penso che sia assuefazione alla tragedia o al lieto fine. Il vivere il pericolo con un certo distacco, dando come scontato che non avrà conseguenze per noi, che qualcuno - alla fine - sistemerà tutto. Altrimenti ci saremmo trovati in 14 fuori in giardino, perchè - con i dovuti distinguo - il terremoto de L'Aquila del 2009 fu di appena 0,3 gradi superiore e provocò 308 morti e circa 1600 feriti. Invece, qui, qualcuno era alla finestra.
E questa figura è emblematica. Mi richiama una scena di 'Bianco, Rosso e Verdone', quando un personaggio - costantemente appostato alla finestra al di sopra di un passaggio pedonale - era prodigo di consigli su come pulire la strada dall'olio appena rovesciato. Allegoria di quanti fanno da grilli parlanti, più intenti ad osservare la vita degli altri che a vivere la propria.
Lo zapping, ormai, è dentro di noi. Osserviamo quello che accade con l'idea che possiamo cambiare canale. A volte capita che, mentre guardiamo dalla finestra il terremoto, il tetto rovini sopra di noi. E a quel punto sarà inutile chiedersi perchè, invece che fare da vedetta incosciente alla tragedia, non siamo corsi fuori per allontanarcene, unico rimedio possibile quando la natura è più forte di noi.
Il giorno dopo, camminando in montagna, ho riflettuto molto su quanto è accaduto. Successivamente ho raccolto tante testimonianze che mi confermavano il ripetersi delle stesse dinamiche. Addirittura persone che guardavano fuori dalla finestra mentre la scossa agitava i nostri lampadari.
Come se la cosa riguardasse qualcun altro. Tanto non stava capitando a loro.
Già da tempo penso che certi generi di fiction ci abbiano dato 'familiarità' con la morte. Pazienza fosse per apprezzare ancor più la vita, temo - al contrario - che ne abbiano tolto rispetto.
In questo caso penso che sia assuefazione alla tragedia o al lieto fine. Il vivere il pericolo con un certo distacco, dando come scontato che non avrà conseguenze per noi, che qualcuno - alla fine - sistemerà tutto. Altrimenti ci saremmo trovati in 14 fuori in giardino, perchè - con i dovuti distinguo - il terremoto de L'Aquila del 2009 fu di appena 0,3 gradi superiore e provocò 308 morti e circa 1600 feriti. Invece, qui, qualcuno era alla finestra.
E questa figura è emblematica. Mi richiama una scena di 'Bianco, Rosso e Verdone', quando un personaggio - costantemente appostato alla finestra al di sopra di un passaggio pedonale - era prodigo di consigli su come pulire la strada dall'olio appena rovesciato. Allegoria di quanti fanno da grilli parlanti, più intenti ad osservare la vita degli altri che a vivere la propria.
Lo zapping, ormai, è dentro di noi. Osserviamo quello che accade con l'idea che possiamo cambiare canale. A volte capita che, mentre guardiamo dalla finestra il terremoto, il tetto rovini sopra di noi. E a quel punto sarà inutile chiedersi perchè, invece che fare da vedetta incosciente alla tragedia, non siamo corsi fuori per allontanarcene, unico rimedio possibile quando la natura è più forte di noi.
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