Dopo anni di questa cultura nordica, tipica del 'Nord Est che lavora e che produce', ho maturato la personale convinzione che possa produrre disastri relazionali.
L'arrangiarsi è stato spesso contrapposto all'assistenzialismo. Non aspetto che vengano gli altri, sono io il primo che si rimbocca le maniche per porre rimedio alla situazione. Emblematico, vero o no che sia, l'esempio - continuamente riportato - tra il terremoto in Friuli e nel Belice e relativi tempi di ricostruzione.
Sempre nel 'Nord Est che lavora e che produce', anche il lavoro è sempre stato visto con la stessa ottica: non aspetto che mi venga 'offerto' da altri, ma sono io stesso a creare le condizioni. Ecco il pullulare di piccole e medie aziende e di liberi professionisti, tutti a mettersi in gioco, rischiando di suo.
Per usare la famosa categorizzazione di Esopo, un tipico atteggiamento da formica.
In sè tutto questo è un valore. Perchè il caricarsi in prima persona del processo di soddisfazione dei bisogni, personali e altrui, rischiando e innovando, non può che portare alla crescita del valore a disposizione di tutti.
Diventa pericoloso quando il messaggio che si passa è che chi non è autosufficiente, chi non basta a sè stesso, è un 'peso'.
Allora la depressione è dietro l'angolo. Il peso delle difficoltà diventa insostenibile.
Io penso, invece, che avere bisogno degli altri sia un valore. Che il verbo 'chiedere' debba far parte del nostro vocabolario relazionale. Con il mal di pancia che si porta dietro e di cui parlavo qui.
Perchè è l'altro che è un valore, non quello che è capace di fare, non se è autonomo e independente. Non se è forte.
Per qualcuno può essere stimolante il ricordo di quello che ho sentito dire a Don Oreste Benzi: 'è il povero che ci salverà'. E' proprio chi ha bisogno di noi che da senso al nostro essere qui. Sono i nostri figli o i nostri 'vecchi'. E noi siamo stati e saremo figli e 'vecchi'.
Non è uno scambio, un investimento. E' proprio il ciclo della vita, che definisce il prendersi cura dell'altro come un processo essenziale nel sentirci vivi, è un 'sentirsi chiamati', una vocazione.
Quando eccediamo nel nostro desiderio di autonomia, di indipendenza, non diamo valore a questo ciclo, e priviamo noi stessi e gli altri di questo splendido scambio mai in equilibrio.
Perchè è l'altro che è un valore, non quello che è capace di fare, non se è autonomo e independente. Non se è forte.
Per qualcuno può essere stimolante il ricordo di quello che ho sentito dire a Don Oreste Benzi: 'è il povero che ci salverà'. E' proprio chi ha bisogno di noi che da senso al nostro essere qui. Sono i nostri figli o i nostri 'vecchi'. E noi siamo stati e saremo figli e 'vecchi'.
Non è uno scambio, un investimento. E' proprio il ciclo della vita, che definisce il prendersi cura dell'altro come un processo essenziale nel sentirci vivi, è un 'sentirsi chiamati', una vocazione.
Quando eccediamo nel nostro desiderio di autonomia, di indipendenza, non diamo valore a questo ciclo, e priviamo noi stessi e gli altri di questo splendido scambio mai in equilibrio.
Unica condizione, quella di non risparmiarsi nel metterci del proprio. Sia per i propri bisogni, che per quelli degli altri. In modo che il verbo da vivere in pienezza non sia 'arrangiarsi' ma 'condividere'. Che arriva sempre assieme al verbo 'accogliere' ed 'essere accolti'. Esattamente il contrario del non pesare sugli altri.
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